Con la tessera della Margherita, si diventa direttore amministrativo.. Stampa
Venerdì 29 Gennaio 2016 18:05

VITERBO – Sarebbero state due le chiavi per il successo nell’azienda ospedaliera viterbese, all’epoca della dirigenza Aloisio: l’apparentamento politico da una parte e la disponibilità a non ostacolare le decisioni dei piani alti dall’altra.

Questo il quadro generale descritto, per l’ennesima volta, nel corso dell’udienza per il maxi processo Asl, che vede indagati, tra i tanti, l’ex direttore generale della Asl, Giuseppe Aloisio, il suo consulente strategico, Mauro Paoloni e gli imprenditori Roberto e Fabio Angelucci.

Tutti, a vario titolo, dovranno rispondere di corruzione e truffa anche ai danni della Regione Lazio. E si parla di cifre non da poco: milionari gli appalti truccati, secondo la teoria dell’accusa, affidati in cambio di consenso politico, così come, in termini di milioni di euro, si dovrebbe parlare per il totale dei rimborsi (affatto dovuti), elargiti dalla Regione e intascati da cliniche private del territorio.

Otto, in tutto, i testimoni dell’accusa chiamati a deporre e ampissimo il campo di indagine: si è partiti dall’analisi dei rapporti che il tandem Aloisio-Paoloni intratteneva con i colleghi dell’amministrazione, per poi giungere all’esame del CRA, centro abilitazione e assistenza di Nepi, passando attraverso la gara d’appalto del 2006 riguardante la gestione dei servizi di sterilizzazione e lavanolo, ovvero lavaggio e noleggio di biancheria ospedaliera.

“Il rapporto con la dirigenza si andò logorando dal 2005 – ha dichiarato l’ex dirigente finanziario della Asl viterbese, Gorgoni – dal momento in cui a capo dell’azienda subentrò Aloisio si persero quella fiducia e tranquillità necessarie alla collaborazione.”.

Tra i primi episodi di irrigidimento, quello in cui all’ex dirigente finanziario venne chiesto di tesserarsi al Partito della Margherita per essere facilitato nella nomina a direttore amministrativo. “Rinunciai – ha spiegato lo stesso – non volevo essere in alcun modo ricattabile. Dove sono arrivato oggi, lo devo alle mie competenze.”.

Ma ad attenderlo, per questo secco rifiuto, la stessa sorte toccata a chi, come lui, non assecondava i progetti della dirigenza: “Mi obbligarono a lasciare il settore bilancio: decisi di andare alle sale operatorie.”. Una testimonianza simile alle altre raccolte in precedenza: secondo i testi dell’accusa, chiunque si mettesse contro il duo Aloisio-Paoloni veniva emarginato o declassato.

All’attenzione del Collegio, anche la questione riguardante la struttura privata di riabilitazione di Nepi, gestita dalla famiglia Angelucci.  Per i Pm Tucci e D’Arma, è lì, infatti, che si sarebbe consumata una truffa pari a 27 milioni di euro ai danni della Regione: pur non essendo accreditato al sistema sanitario pubblico, il centro nepesino avrebbe stipulato una convenzione con la Asl viterbese per erogare, al suo posto, servizi sul territorio, richiedendone, poi, i rimborsi alla Regione. Così come norma vuole, in caso di reale e lecito accreditamento. Peccato che qui non esistesse e, a nessun titolo, la struttura degli Angelucci avrebbe dovuto incassare i 27 milioni di euro di rimborsi.

“ Ogni degenza ha un costo stabilito in base alla codifica della patologia: a secondo di come viene catalogato un paziente, la Regione risarcisce le strutture convenzionate che lo hanno in cura – ha spiegato il consulente tecnico  Daniela Rossetti – ho esaminato centinaia di cartelle cliniche del CRA: di 200, una trentina sono risultate incongrue: l’assegnazione del codice non era corretta.”.

Che si tratti di un banale errore di valutazione o di una volontaria forzatura della codifica per ottenere maggiori rimborsi?